Il capitale umano nel sistema economico.

 

Significato e funzione del capitale umano.

 

In maniera generica, per capitale umano si intende l’insieme di conoscenze e competenze che un individuo è in grado di accumulare. Al pari del capitale fisico, ossia dei macchinari utilizzati per la produzione, esso può essere accumulato tramite processi di investimento. Sempre in maniera analoga al capitale fisico, esso partecipa al processo produttivo ottenendo come corrispettivo del proprio utilizzo una remunerazione. Come il capitale fisico, inoltre, esso può essere soggetto a obsolescenza e deprezzamento. Un individuo potrebbe quindi decidere di investire nel miglioramento delle proprie conoscenze al fine di aumentare la produttività del proprio lavoro e di conseguenza la propria remunerazione. Si tratterebbe, in altre parole, di allocare una parte delle risorse disponibili nella propria istruzione considerando i ritorni in termini di redditi futuri. In questo caso si parla infatti di rendimento atteso dell’investimento in capitale umano; questo spesso dimostra che le persone che hanno dedicato maggiori risorse nell’istruzione possono attendersi livelli maggiori di reddito. La peculiarità del capitale umano consiste nel fatto che esso può essere considerato allo stesso tempo come fattore che interviene nel processo produttivo e come accumulo di conoscenze. In quanto conoscenza, esso ha l’attitudine a produrre tutta una serie di esternalità positive, cioè vantaggi che si diffondono nel territorio in cui è presente. Il capitale umano quale fattore produttivo gode di un’altra caratteristica, ossia del fatto che, nel momento in cui entra nel processo di produzione, esso non risponde alla legge dei rendimenti decrescenti. Al contrario, la sua accumulazione è il fattore determinante della sua maggiore produttività.

Sebbene in precedenza alcuni economisti avevano prestato attenzione al fattore umano utilizzato nella produzione, il capitale umano di una persona non veniva considerato come un elemento fondamentale della produzione. Infatti, la teoria economica classica ha successivamente finito per considerare la tecnologia e le conoscenze, quindi anche il capitale umano come un dato esogeno, un elemento della produzione che interviene in un secondo momento sulla base dei fattori produttivi considerati essenziali. L’unico capitale preso in considerazione era quello fisico, composto da macchinari e impianti, e sui quali erano diretti gli investimenti. Tale impostazione è adottata dagli economisti marginalisti. Il modello rappresentativo di tale impostazione è quello descritto da Solow relativo alla crescita economica. Tale modello considerava la crescita come il risultato dell’accumulazione di capitale, dell’utilizzo di forza lavoro e del progresso tecnico- organizzativo. Quest’ultimo era importante in quanto contrastava la tendenza dei fattori produttivi a diminuire la propria produttività, come previsto dalla legge dei rendimenti decrescenti. Secondo tale modello l’efficienza del lavoro era funzione del progresso tecnico, per cui quest’ultimo era responsabile della crescita della produzione nel momento in cui diminuivano i tassi di rendimento degli investimenti. In questo senso, il progresso tecnico era considerato l’elemento che consentiva il mantenimento di tassi di crescita nel lungo periodo nei Paesi industrializzati. Tuttavia, il progresso tecnico era considerato da Solow una componente esogena del processo di crescita. Successivamente, si è tentato di “endogenizzare” le componenti dell’analisi economica ritenute esogene. La “nuova teoria della crescita” o teoria della crescita endogena si preoccupa di modificare il modello analitico dei processi di crescita. Questo modello, proposto da Romer, procedendo alla endogenizzazione dei fattori della crescita, sostiene che le imprese investono consapevolmente nell’innovazione tecnologica e in capitale umano con l’obiettivo di mantenere una elevata produttività del capitale impiegato. La tecnologia così come il capotale umano, anziché essere considerati esterni al processo venivano percepiti alla stregua di distinti fattori di produzione, sui quali l’impresa investe consapevolmente per ragioni di profitto. In un certo senso, mettere in relazione il raggiungimento del profitto e il capitale umano significa appunto rendere endogeno il fattore “conoscenza”.

 

Il capitale umano come fattore di attrazione degli investimenti.

 

Il capitale umano ha delle conseguenze per quanto riguarda l’attrattività del capitale fisico. Infatti, dal momento in cui le imprese possono decidere di investire consapevolmente nella tecnologia e nel capitale umano, bisogna capire cosa determina le scelte di investimento delle imprese. In un certo senso, l’attenzione al capitale umano sottrae investimenti al capitale fisico. Tuttavia non è sempre facile investire in capitale umano. In generale, L’accrescimento del capitale umano potrebbe risultare, in modo diretto, dal sistema di istruzione, oppure, in modo indiretto, dall’esperienza lavorativa (cd. learning by doing). È pertanto fondamentale per un Paese investire nel proprio sistema scolastico, nell’apprendimento delle nuove tecnologie, nella promozione di uno stile di vita sano, nella diffusione delle conoscenze. Queste attività producono delle esternalità positive di cui si avvantaggiano le imprese. D’altro canto le imprese hanno interesse ad investire nella formazione de capitale umano definito specifico, cioè adatto ad una particolare funzione produttiva. Molte aziende istituiscono centri di ricerca al fine di ottenere vantaggi in termini innovazione tecnologica e di produttività Questo tipo di investimenti non è, tuttavia, esente da rischi. In realtà, il passaggio dalla teoria economica alla realizzazione pratica può risultare problematica. Per uno Stato si tratta di investimenti di cui beneficiano indirettamente le aziende, per cui è assimilabile alla produzione di beni pubblici, i quali non producono un ritorno immediato. Inoltre, in un contesto di scarsa crescita economica, l’investimento in capitale umano può risultare poco opportuno dal momento che parte della forza lavoro qualificata non verrà impiegata, mentre una quota di cervelli deciderà di emigrare all’estero, impoverendo il capitale umano del Paese. Il rischio delle imprese private è, invece, quello di formare persone che potranno trasferirsi in altre aziende concorrenti.

La presenza di un bacino di conoscenze e competenze può risultare decisiva nell’allocazione della produzione e quindi nella scelta di un investimento estero. La presenza di un centro di ricerca, ad esempio, può essere un incentivo nella localizzazione di una produzione, dal momento in cui una impresa decide di trarre vantaggio dalle possibili esternalità in termini di conoscenze provenienti da tale polo di ricerca. La presenza di eccellenze in un territorio può essere un importante fattore nel calcolo relativo alla scelta d’investimento. Diventa, perciò, importante il ruolo delle politiche economiche in grado di favorire lo sviluppo del capitale umano in modo da rendere attraente un investimento internazionale. Si può citare come esempio concreto la forte delocalizzazione in India di imprese operanti nel settore dei servizi, le quali sono mosse dalla presenza di un elevato numero di persone con un livello elevato di istruzione ed una particolare predisposizione all’utilizzo di software. In generale, la presenza di agglomerati industriali in grado di sviluppare e diffondere conoscenze specifiche in un determinato settore può risultare un importante fattore di attrazione degli investimenti esteri. Spesso, però, tale atteggiamento può essere anche percepito in un’ottica negativa, dal momento in cui le imprese multinazionali tendono a sfruttare in modo predatorio il capitale umano di un Paese. Nel momento in cui l’impresa trova una nuova opportunità di investimento, essa provvede a spostare rapidamente la produzione verso altri Paesi.

 

Il capitale umano nei processi di sviluppo economico.

 

Il capitale umano ha anche implicazioni in tema di politiche di sviluppo. Anche in questo caso la teoria classica tendeva a sopravvalutare l’importanza del capitale fisso in quanto si partiva dall’ipotesi che nei Paesi con scarsi livelli di sviluppo vi era una abbondanza del fattore lavoro e una scarsità di capitali. Ne derivava una politica di aiuto allo sviluppo basata sull’afflusso di capitali nel Paese volto a innescare processi produttivi. Inoltre, in base all’approccio classico, vi era l’aspettativa di una convergenza tra le varie economie; grazie alla mobilità dei fattori produttivi e alla tecnologia considerata come componente esogena, i livelli di crescita avrebbero finito per avvicinarsi. Tale processo di convergenza non si è verificato, al contrario si è verificata una divaricazione dei livelli di crescita economica. Dal punto di vista empirico, infatti, si è osservata una omogeneità all’interno di aree tra loro molto differenti in termini di sviluppo economico. Tali elementi hanno provocato un ripensamento dei modelli tradizionali. Alcuni economisti hanno iniziato a sollevare critiche nei confronti dell’approccio classico e hanno tentato di individuarne i limiti. Si è provato a spiegare il mancato successo delle politiche di sviluppo impostate sul modello classico di trasferimento di capitali introducendo il capitale umano nell’analisi dei problemi del sottosviluppo. Per alcuni la sottovalutazione dell’importanza del capitale umano ha determinato l’inefficacia delle politiche di aiuto allo sviluppo. Mentre la presenza di Paesi con risorse naturali scarse ma con livelli di crescita sostenuti è stata spiegata con l’esistenza un elevato stock di capitale umano.

Queste valutazioni si sono riflesse nelle politiche adottate nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Si è considerata l’ipotesi che un investimento diretto estero in un ambiente caratterizzato da scarso capitale umano, anche in termini di capacità manageriali o relativo all’utilizzo di macchinari industriali, non sarebbe stato sufficientemente produttivo e in grado di stabilire un processo di sviluppo. L’attenzione si è, quindi, spostata verso progetti di formazione della forza lavoro e verso programmi di assistenza sociali, includenti il miglioramento delle abitudini di vita e del ruolo delle donne nella società. Si è visto un maggiore impegno dei Paesi avanzati nel finanziamento di programmi di cooperazione volti a favorire il tasso di scolarizzazione nei Paesi in via di sviluppo. Come visto in precedenza, l’istruzione costituisce un primo importante fattore del capitale umano, e in Paesi con scarsi livelli di sviluppo può essere un fattore importante per innescare processi di crescita. Anche i programmi di riqualificazione della forza lavoro in seguito ai progressi tecnici sono stati oggetto delle politiche di cooperazione. L’obiettivo di queste politiche è quello di promuovere uno sviluppo autonomo e non solo di provvedere al sostegno dei redditi. Solitamente, infatti, gli aiuti economici sono stati accusati di avere creato forme dipendenza di questi Paesi dai mezzi offerti dai Paesi industrializzati. Le politiche di assistenza destinate a promuovere il capitale umano possono essere un fattore in grado di offrire maggiori possibilità di instaurare uno sviluppo meno dipendente dal sostegno estero.

 

Conclusione

 

Si può concludere dicendo che il capitale umano acquisterà sempre più importanza nel sistema economico, alla luce dei mutamenti innescati dalla globalizzazione e dall’introduzione di internet e delle nuove tecnologie dell’informazione. L’accumulo di conoscenze diventerà, perciò, sempre importante nei processi produttivi. L’investimento in conoscenza per produrre beni innovativi è considerato una componente indispensabile per lo sviluppo. Esso, tuttavia, diventerà più costoso e potrà generare disparità tra coloro che potranno accedere a tali conoscenze e coloro che ne saranno esclusi. Inoltre, il capitale umano può subire un processo di deterioramento in conseguenza delle misure di austerità adottate dai Paesi interessati ad avviare processi di risanamento pubblico. In più, il capitale umano rimane un fattore non facilmente misurabile e su cui non è sempre facile poter investire. Infine, il concetto del capitale umano può essere interpretato, seguendo l’intenzione dell’economista che per prima lo ha elaborato, Gary Becker, come una sorta di “umanizzazione” dei processi di produzione. Tuttavia, questo concetto può anche essere visto, al contrario, come una estensione dell’analisi economica ai settori della vita in precedenza esclusi. Nel momento in cui anche lo stile di vita e l’istruzione diventano valutabili in termini di asset posseduti da un individuo che partecipa ai processi produttivi, allora si può dire che si sta estendendo l’approccio economico alla sfera umana. In ogni caso, il capitale umano è considerato da molti come il fattore che farà la differenza tra i livelli di sviluppo dei vari Paesi e su cui occorre investire al fine di favorire i processi di crescita.

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