I tratti generali dell’evoluzione della tutela dei diritti umani a livello internazionale e regionale europeo. I meccanismi previsti dai Patti delle Nazioni Unite del 1966 e le garanzie giurisdizionali della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

 

 

La tutela dei diritti umani ha subito una evoluzione secolare he ha portato alla loro lenta e graduale affermazione nell’ordinamento internazionale, con una accelerazione notevole a partire dal secondo dopoguerra. Nel loro cammino i diritti umani si sono dovuti scontrare con le resistenze offerte dal principio di sovranità, la cui erosione ha in seguito consentito la predisposizione di importanti strumenti giuridici per la loro protezione. Ci si riferisce, in particolare, ai Patti delle Nazioni Unite del 1966 e, in ambito regionale europeo, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950; strumenti che rappresentano un punto di riferimento fondamentale nella tutela dei diritti umani.

Il cammino verso la tutela dei diritti umani è passato attraverso i grandi testi del passato, come la Dichiarazione dei diritti dell’uomo francese, che accompagnò gli eventi rivoluzionari in Francia, e la Costituzione americana del 1787. Questi documenti, di stampo illuminista, pur incorporando i limiti derivanti dal “mito delle leggi” e della sovranità della nazione, ebbero il merito di proporre una nuova concezione dell’uomo e della società, facendo emergere l’individuo all’interno di un sistema in cui gli Stati erano i protagonisti assoluti; essi, inoltre, offrirono ai popoli un metro con cui giudicare una comunità umana e valutarne il livello di civiltà raggiunto. Scopo ultimo di questi testi era quello di impedire gli abusi da parte delle autorità pubbliche.

Il primo conflitto mondiale portò con sé principi nuovi, riconducibili alle idee di Wilson e di Lenin. Tuttavia, essi non riuscirono a scalfire il principio della sovranità statale e varie iniziative finirono per rimanere senza effetti. Si ricorda, a tal proposito, il rigetto della proposta della delegazione giapponese avanzata in occasione della Conferenza di Pace di Parigi; la proposta mirava ad eliminare le discriminazioni di razza e di nazionalità tra i cittadini degli Stati aderenti alla Società delle Nazioni. Esito negativo ebbe anche la petizione che l’ebreo tedesco Franz Bernheim inoltrò al Consiglio della Società delle Nazioni per lamentare le violazioni dei diritti umani a carico della Germania per le azioni commesse nell’Alta Slesia.

 

La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.

 

Fu necessario un nuovo conflitto mondiale perché maturasse una maggiore consapevolezza circa l’importanza dei diritti umani. La loro promozione fu inserita tra i fini delle Nazioni Unite, elencati nell’art. 1 della carta, anche perché la loro tutela si suppose funzionale al mantenimento della pace internazionale, al punto che successivamente le violazioni gravi dei diritti umani sarebbero state equiparate a minacce alla pace. Primo frutto di questo impegno nella promozione dei diritti umani è costituito dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, elaborata dalla Commissione per i diritti umani (oggi Consiglio dei diritti dell’uomo) e adottata con Risoluzione n. 217 del 1948. Questo documento fu il risultato di negoziazioni fra portatori di visioni contrapposte, soprattutto tra i Paesi Occidentali e quelli del blocco socialista; un delegato cinese sintetizzò tale difficoltà affermando che in quel contesto si trattava di “conciliare Confucio con San Tommaso”. Inoltre, questa dichiarazione al pari delle altre dichiarazioni di principio dell’Assemblea Generale ONU, non ha un carattere vincolante ma costituisce la proclamazione solenne di un impegno etico-politico. Ciononostante, essa ha avuto un enorme impatto a livello politico e nell’ordinamento internazionale. Con essa si fece strada la concezione occidentale e giusnaturalistica dei diritti umani, secondo cui vi è una dignità e una tutela che spetta ad ogni uomo in quanto tale, a prescindere dal contesto socio-politico in cui questo si trova. Inoltre, la Dichiarazione del 1948 ha costituito la base per l’adozione di strumenti giuridici vincolanti riguardanti particolari categorie di diritti (diritto all’autodeterminazione, diritti dei rifugiati, Convenzione sul genocidio ecc…) e ha rappresentato un catalogo di diritti al quale molti altri ordinamenti si sono ispirati.

Anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) fa riferimento, nella elaborazione dei diritti da tutelare, alla Dichiarazione Universale del 1948. Questo strumento, di livello regionale, emerse come risultato dei lavori del Consiglio d’Europa finalizzati a una possibile integrazione culturale tra i popoli europei. L’idea che i popoli dovessero approfondire la conoscenza reciproca e rispettare le rispettive culture fu alla base della Convenzione, adottata a Roma nel 1950.

 

I patti delle Nazioni Unite del 1966.

 

Nell’ambito delle Nazioni Unite, i diritti enunciati nella Dichiarazione Universale furono esplicitati attraverso l’adozione dei Patti del 1966. Si tratta di due trattati a vocazione universale, dedicati rispettivamente ai “diritti civili e politici” e ai “diritti economici, sociali e culturali”, entrati in vigore nel 1976. Questi due Patti hanno istituito dei meccanismi tra loro leggermente differenti, i quali non hanno carattere giurisdizionale, nel senso che non prevedono decisioni giuridicamente vincolanti. Per quanto riguarda il Patto sui diritti civili e politici il meccanismo di tutela predisposto è incentrato sul Comitato dei diritti dell’uomo, in funzione di organo di controllo sull’esecuzione degli obblighi convenzionali assunti. Tale organo svolge la funzione di controllo tramite l’esame dei rapporti periodici che gli Stati trasmettono al Comitato stesso; al termine dell’esame, quest’ultimo può formulare allo Stato delle “osservazioni generali” relative ai suoi adempimenti. Oltre a tale tipo di verifica, che costituisce l’impegno base degli Stati, è prevista la possibilità di inviare “comunicazioni” per denunciare la violazione del Patto da parte di uno Stato, qualora però quest’ultimo abbia accettato la competenza del Comitato al riguardo. Queste comunicazioni possono essere inoltrate dagli altri Stati parte; ma vi è anche la possibilità per gli individui di uno Stato contraente di presentare comunicazioni al Comitato riguardanti la violazione dei diritti previsti dal Patto. Tale possibilità è prevista solamente qualora lo Stato a cui è indirizzato il ricorso abbia preventivamente ratificato il Protocollo aggiuntivo al Patto.

Quello previsto dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali è un meccanismo più blando, il quale prevede l’invio di rapporti periodici da parte degli Stati contraenti al Consiglio Economico e Sociale e l’intervento, eventuale e a fini meramente raccomandatori, della Commissione per i diritti umani. Tuttavia, a partire dal settembre 2009, un Protocollo facoltativo, del tutto simile a quello del Patto sui diritti civili e politici, è aperto alla firma e alla ratifica degli Stati parte. Pur rappresentando una evoluzione positiva della protezione dei diritti umani, i meccanismi predisposti dai Patti del 1966 non risultano capaci di garantire una tutela effettiva di tali diritti, in quanto non dispongono di mezzi repressivi e sanzionatori nei confronti dei Stati che violano gli impegni previsti dai Trattati. Il sistema di comunicazioni al Comitato deve essere accettato dagli Stati, e in ultimo può concludersi con misure raccomandatorie.

 

La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

Decisamente diverso e più efficace è il meccanismo di tutela previsto dalla Convenzione europea dei diritti umani. In questo caso si tratta di un vero e proprio sistema giurisdizionale, affidato ala Corte europea dei diritti dell’uomo, il cui funzionamento è stato modificato con i Protocolli n° 11 e n° 14, entrati rispettivamente in vigore il 1° novembre 1998 e il 1° giugno 2010. L’attuale sistema affida il carico dei ricorsi alla Corte, in cui un giudice unico si occupa di vagliare in prima istanza la ricevibilità del ricorso stesso. Sono stati rivisti in questo modo il ruolo della Commissione e del Comitato dei Ministri, con quest’ultimo che rafforza i suoi poteri di controllo sull’esecuzione delle sentenze da parte degli Stati. Nel sistema CEDU sono ammessi i ricorsi individuali, possibilità che in seguito al Protocollo n° 11 è diventata automatica, e non più soggetta alla previa accettazione da parte degli Stati parte. Naturalmente, il ricorso per essere ricevibile deve aver esaurito i ricorsi interni e deve essere presentato entro sei mesi dalla sentenza definitiva interna. Inoltre, il medesimo ricorso non deve essere stato presentato dinanzi ad altri meccanismi internazionali di tutela. Da ultimo, il Protocollo n° 14 ha introdotto una ulteriore condicione di ricevibilità, ossia la presenza di un “pregiudizio grave” subito dal ricorrente.

Il processo dinanzi alla Corte può sfociare in una sentenza di condanna cui gli Stati devono confermarsi. Tale sentenza può, una volta accertata la violazione, obbligare lo Stato alla restitutio in integrum, oppure, laddove ciò non risulti possibile, prevedere il versamento di una somma a titolo di risarcimento del danno morale e materiale subito. Il controllo circa l’esecuzione della sentenza è affidato, come già accennato, al Comitato dei Ministri; esso oltre a poter chiedere alla Corte di fornire una interpretazione della sentenza, può verificare l’adeguatezza delle misure adottate e monitorare l’adempimento degli Stati. In caso di inadempimento persistente da parte di uno Stato, il Comitato può, in ultimo, decidere per la sospensione dei diritti di rappresentanza o addirittura per l’espulsione dello Stato dal Consiglio d’Europa. (art. 8 dello Statuto del Consiglio d’Europa).

 

Conclusione.

 

Il percorso dei diritti umani è partito quindi dalla proclamazione, in chiave liberale e moderna, dei diritti ritenuti naturali e irrinunciabili, che i singoli ordinamenti avrebbero dovuto garantire, per poi giungere ad una fase di codificazione di tali diritti. È possibile osservare, tuttavia, che ad un progresso avvenuto sul piano sostanziale, vale a dire del diritto positivo, non ha corrisposto un altrettanto avanzamento sul piano del diritto processuale, ossia per quanto concerne la “giustiziabilità” dei diritti enunciati. Mentre a livello regionale europeo, il meccanismo giurisdizionale predisposto rappresenta una forma avanzata ed efficace di tutela, sebbene non priva di imperfezioni, i meccanismi di tutela di livello “universale” risultano privi della necessaria efficacia e soprattutto ancora tropo rispettosi della sovranità statale quale principio inviolabile dell’ordinamento internazionale. L’obiettivo deve essere quello di un progressivo riconoscimento del carattere fondamentale e inderogabile dei diritti umani e di un rafforzamento dei meccanismi per la loro piena effettività.

 

Per approfondimenti:

Antonio Cassese, I diritti umani nel Mondo contemporaneo, Laterza, Bari 2002.

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