I principi di base del neorealismo di Kenneth Waltz. Indicazioni sullo scenario attuale.

 

 

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(Immagine: http://www.avantionline.it/tag/urss/#.WD1TgNLhDIU)

 

Kenneth Waltz è stato l’artefice di una significativa innovazione nell’ambito dell’approccio realista alle Relazioni Internazionali, elaborando un approccio che in seguito venne definito neorealismo.  Tale nuovo paradigma adotta una prospettiva struttural-sistemica, vale a dire una prospettiva che privilegia l’analisi della realtà internazionale in termini sistemici; gli Stati rimangono gli attori più importanti delle relazioni internazionali, tuttavia, secondo lo studioso americano, la loro libertà di azione e capacità di incidere sul piano internazionale è limitato da fattori strutturali, ossia posti su di un piano superiore rispetto a quello statuale.

 

Pur rientrando nel paradigma realista, l’approccio promosso da Waltz si allontana per certi aspetti dal pensiero realista classico. In primo luogo, dal punto di vista euristico egli accoglie un metodo positivista nell’analisi delle Relazioni Internazionali. Ciò differenzia il suo approccio da quello degli autori classici, che al contrario basavano le proprie conoscenze e visioni sul metodo storico-filosofico. Oltre all’obiettivo di individuare una teoria scientifica della politica internazionale, Waltz si propone di ridurre il numero di variabili necessarie all’analisi della politica internazionale. Anche per questo motivo la sua teoria risulterà parsimoniosa e considerata piuttosto riduttiva da alcuni dei suoi detrattori.

In secondo luogo,  la differenza con l’approccio classico consiste proprio nella differente unità di analisi. Nel momento in cui si privilegia un approccio sistemico, il sistema internazionale diviene il vero oggetto di analisi, mettendo in secondo piano l’analisi dei comportamenti dei singoli Stati o delle scelte degli individui. Il sistema internazionale diviene allora la variabile indipendente a partire dalla quale interpretare il comportamento degli Stati, che assume così il valore di variabile dipendente. Per Waltz, gli Stati sono gli attori principali del sistema internazionale e le loro relazioni reciproche ne definiscono la struttura così come le imprese formano la struttura del mercato; allo stesso tempo, la struttura del sistema, una volta che si è formato, assume una esistenza propria e determina il comportamento degli Stati, nel senso che le loro scelte dipenderanno e saranno condizionate dalla configurazione assunta dal sistema.  Sul piano ontologico, quindi, Waltz seleziona il sistema quale oggetto di analisi scientifica, dalla quale discendono i comportamenti degli attori che sono al suo interno. Le altre variabili esogene, quali la natura dei regimi, le ideologie, vengono trascurate per dare risalto alle interazioni fra gli attori, la cui azione è condizionata dalla struttura del sistema.

 

Waltz indica quali sono le caratteristiche che il sistema internazionale può assumere. La prima si riferisce alla presenza di un criterio gerarchico ovvero di un criterio anarchico; si tratta del cd. principio ordinatore del sistema. La seconda caratteristica riguarda le funzioni che sono attribuite ai vari Stati. Questa caratteristica consente di comprendere gli eventuali mutamenti infra-sistemici, cioè i passaggi da una configurazione e un’altra nell’ambito di un determinato sistema, e i mutamenti sistemici, ossia da un sistema all’altro. La terza attiene alla distribuzione del potere tra le varie unità che compongono il sistema internazionale. Quest’ultimo parametro sancisce la distinzione tra sistemi multipolari, tripolari, bipolari e unipolari, dal momento in cui osserva il grado di diffusione del potere a livello internazionale.

 

Prima di giungere all’analisi del  sistema internazionale, andiamo ad osservare i singoli punti che abbiamo ora elencato. Per quanto riguarda il principio ordinatore del sistema, come già ricordato, Waltz ne individua due, quello gerarchico e quello anarchico; il primo indica la presenza di una entità sovraordinata che è responsabile di una determinata organizzazione e che detiene il monopolio legittimo dell’uso della forza, sottraendo tale prerogativa alle componenti sotto-ordinate, le quali non saranno per questo impegnate nell’auto-difesa, in quanto la loro sicurezza è garantita dall’autorità pubblica. Al contrario, laddove non vi sia una entità di governo sovraordinata si è in presenza di un regime anarchico. In un siffatto sistema anarchico, le unità sono sostanzialmente uguali ed agiscono in modo congiunto. In un regime di questo tipo ogni componente detiene il diritto di ricorrere in ultimo alla forza, per cui diventa pressante il problema della sicurezza. Le componenti di tale regime sono soggette al cosiddetto “dilemma della sicurezza” e sono costrette ad affidarsi al self-help per garantirsi la propria sopravvivenza (per una precisazione sul punto puoi consultare questo articolo).

In merito alle funzioni delle unità, va detto che in un ambiente gerarchico le unità sono tendenzialmente dissimili e vi è una spinta alla loro crescente interazione. Le unità sono, dunque, funzionalmente differenziate e hanno la tendenza ad accrescere il livello della loro specializzazione. Più va avanti il processo di specializzazione più le unità differenziate diventano interdipendenti. Infatti, quando un settore è organizzato, le sue entità sono libere di specializzarsi, senza preoccuparsi di sviluppare i mezzi per la conservazione della propria identità e della propria sicurezza nei confronti degli altri. Diversamente, in un sistema anarchico, la specializzazione funzionale che si sviluppa è molto limitata. Di fatti, le unità tendono a essere funzionalmente uguali ed agiscono per mantenere una certa indipendenza, puntando a raggiungere nei casi estremi l’autarchia.  Naturalmente non vi sono sistemi per così dire puri, ma tutte le società sono caratterizzate dalla compresenza di entrambi i principi ordinatori. In tal senso è più opportuno guardare all’anarchia come ad uno degli estremi di una linea al cui lato opposto vi è la presenza di un governo legittimo. In questa dicotomia, le strutture internazionali rientrano nel secondo gruppo. A livello internazionale, infatti, non vi è un’autorità formale sovraordinata alle altre.

 

Quindi:

 

Organizzazione gerarchica –> Specializzazione –> maggiore interdipendenza.

 

Organizzazione anarchica –> Scarsa specializzazione –> minore interdipendenza.

 

L’ultima distinzione riguarda la distribuzione del potere tra le unità del sistema. Essa ci dice il numero di poli che sono presenti, ossia le unità che concentrano in sé maggior potere. Nel sistema internazionale individuare il numero di poli significa individuare il numero delle Grandi potenze. Dal punto di vista analitico si tratta di comprendere il funzionamento dei differenti tipi di sistemi e di conseguenza la preferibilità di un numero maggiore o minore di Grandi potenze. A tal scopo occorre andare a trovare un criterio per misurare il potere. In un approccio sistemico il potere viene considerato in termini di potenzialità di una unità in relazione a tutte le altre. La misurazione delle potenzialità, e quindi del potere, passa per l’osservazione dei vari aspetti del potere, quello economico, quello militare e quello politico delle nazioni,  al fine di valutarne la capacità di azione complessiva. Le potenzialità di uno Stato, e quindi anche il suo rango nel sistema, dipendono, dunque, dal calcolo complessivo di molteplici componenti quali: la sua popolazione, il suo territorio, la disponibilità delle risorse, il potenziale economico, la forza militare, la stabilità politica, la abilità diplomatica e altri fattori concorrenti.

A questo punto si possono effettuare dei ragionamenti per comprendere meglio la prospettiva di Waltz e le sue valutazioni relative al funzionamento dei diversi sistemi internazionali. Per il fautore dell’approccio neorealista, gli stati sono attori unitari che hanno come obiettivo minimo la propria conservazione, e come obiettivo massimo il dominio universale. Naturalmente, la prima preoccupazione degli Stati non è quella di massimizzare il proprio potere, ma quella di conservare la propria posizione nel sistema (considerazione che lo inserisce fra i cd. realisti difensivi). A tal fine, secondo Waltz, gli Stati possono agire in due modi differenti: attraverso gli sforzi interni (ad es. azioni per accrescere il potere economico, la forza militare o per elaborare abili strategie) o mediante sforzi esterni (mosse per rafforzare o allargare le proprie alleanze o per indebolire o restringere quelle contrapposte). Sul piano esterno, vale a dire nelle interazioni con gli altri attori internazionali, dunque, uno Stato è indotto dal sistema ad assumere un ruolo da equilibratore. Un sistema basato sull’auto-difesa, Il timore di tali conseguenze indesiderabili stimola gli stati a comportarsi in modi che tendono alla creazione di equilibri. Gli Stati cioè tendono ad aggregarsi attorno allo schieramento più debole, per bilanciare quello più forte, che rappresenta una minaccia per essi.

Partendo da questa dinamica molti giungono, all’idea prevalente che la stabilità internazionale sia il frutto dell’adesione consapevole degli Stati al principio dell’equilibrio e che le possibilità di successo siano maggiori in un mondo composto da molti Stati con potere approssimativamente uguale. Per Waltz, invece, l’estrema uguaglianza è associata ad una maggiore potenziale instabilità, mentre l’ineguaglianza degli Stati, benché non fornisca alcuna garanzia, è l’elemento che rende possibile la stabilità e la pace. Per l’autore dell’approccio sistemico, non solo gli Stati sono indotti al comportamento equilibratore dagli stimoli provenienti dal carattere anarchico e incerto del sistema, ma il grado di successo di questa dinamica è legato alla struttura internazionale e perciò al numero di Grandi potenze, il quale è variabile. A tal proposito, facendo una analogia con la teoria economica, Waltz espone una serie di argomentazioni che inducono ad affermare che un sistema composto da un numero esiguo di Stati è meglio di un sistema formato da numerosi Stati; in altre parole un sistema formato da un numero inferiore di grandi potenze è migliore di uno formato da un numero maggiore. I sistemi molto piccoli sono più stabili e i loro membri meglio capaci di dirigere gli affari con mutuo beneficio.

 

Per molti la desiderabilità di avere un sistema con più Stati con un potere relativamente simile discende dal fatto che per essi un numero maggiori di Stati comporta una crescente interdipendenza, e quest’ultima aumenterebbe le possibilità di pace. Per interdipendenza si intende una condizione per cui qualsiasi cosa succeda in qualunque parte del mondo è in grado di influenzare qualcuno degli attori, o la totalità di essi, in altre zone geografiche. Per molti esso è associato al concetto di sensibilità, intesa evidentemente come capacità di reazione e adattamento agli stimoli esterni. Ma il concetto di interdipendenza appare diverso alla luce della teoria di Waltz. Infatti, per quest’ultimo il concetto di sensibilità si differenzia da quello di interdipendenza perché di per sé comporta una scarsa vulnerabilità. Al contrario, il suo concetto di interdipendenza implica una reciproca dipendenza tra le parti; le ineguaglianze economiche e politiche incidono sul concetto di interdipendenza conferendogli il connotato di potenziale vulnerabilità. Per Waltz una stretta interdipendenza significa anche contatti più stretti, in tal modo aumentano anche le possibilità e le occasioni di conflitto. Gli Stati Interdipendenti, le cui relazioni non sono regolamentate (come ad esempio in un sistema gerarchico), si troveranno prima o poi in una situazione di conflitto e ricorreranno occasionalmente alla violenza. Per Waltz l’interdipendenza così intesa tende a diminuire quando si riduce il numero delle Grandi potenze, e in questa circostanza il sistema tende a divenire più ordinato e pacifico[1]. In altri termini, la struttura di un sistema muta con il mutare della distribuzione del potenziale fra le unità; conseguentemente cambia anche la misura dell’interdipendenza.

 

 

Quindi:

 

Se ↑ numero Grandi Potenze ↑interdipendenza à ↑potenziale vulnerabilità e instabilità.

 

Viceversa:

Se ↓numero Grandi Potenze ↓ interdipendenza à ↓ potenziale vulnerabilità e instabilità.

 

Anche per ciò che riguarda il piano militare possono essere fatte delle considerazioni relative al numero preferibile di Grandi potenze. In particolare si evidenzia come i sistemi composti da due attori abbiano caratteristiche diverse da quelli costituiti  da tre o più. La differenza va trovata nella diversità del comportamento tipico adottato dalle parti di un sistema basato sull’auto-difesa, ossia nelle diverse modalità di ricerca dell’equilibrio. La creazione di un equilibrio avviene in modo sostanzialmente diverso nei sistemi multipolari e in quelli bipolari. Ove vi sono due potenze in competizione, gli squilibri possono essere rettificati principalmente attraverso i loro sforzi interni. Con più di due parti, i cambiamenti di allineamento forniscono un mezzo aggiuntivo di aggiustamento, accrescendo la flessibilità del sistema. Questa maggiore flessibilità è stata giudicata positivamente dalla prospettiva tradizionale, quale elemento importante per la creazione e mantenimento dell’equilibrio. Anche Henry Kissinger accoglie questa impostazione e considera la flessibilità come l’elemento fondamentale di un sistema di alleanze. Per molti studiosi di politica internazionale, inoltre, l’incertezza risultante dalla flessibilità degli schieramenti ha oltretutto il merito di generare una salutare prudenza nella politica estera di ogni attore. Viceversa, con due sole grandi potenze un sistema di equilibrio è considerato generalmente instabile, dato che non vi sono potenze in grado si assumere un ruolo da “equilibratore” .

 

Waltz mira a ribaltare questa prospettiva. Secondo la sua ipotesi sono i sistemi multipolari a generare incertezza e ad essere più instabili;  mentre il sistema bipolare garantisce maggiore stabilità. In presenza di più di due Stati la politica di potenza dipende dall’azione diplomatica attraverso cui si creano, si conservano o si rompono le alleanze. La flessibilità degli schieramenti può significare sia che il Paese corteggiato può in qualsiasi circostanza preferire un altro pretendente, sia che il partner della propria alleanza possa defezionare. La flessibilità degli schieramenti restringe le possibilità di scelta politiche. La strategia di uno Stato deve accontentare il potenziale partner o soddisfare quello attuale. Pertanto, nella politica dell’equilibrio classica la flessibilità di schieramenti si traduceva in una rigidità strategica o in limitazioni della libertà decisionale. Nella politica dell’equilibrio tra due Superpotenze, la rigidità di schieramento produce flessibilità di strategia e allargamento della libertà decisionale. Di fatti, nel sistema della Guerra Fredda, né gli Stati Uniti né l’Unione Sovietica alterano le proprie strategie o cambiano la propria disposizione militare per favorire gli Stati associati. Gli Stati Uniti e l’URSS dipendono principalmente  da se stessi sul piano militare; in un mondo bipolare l’incertezza tende a diminuire e i calcoli risultano più facili. Un sistema bipolare lascerebbe maggiore libertà strategica ai due principali attori, rendendo maggiormente gestibili gli eventuali fattori destabilizzanti. Dunque, i problemi della sicurezza in un mondo bipolare o multipolare mostrano chiaramente i vantaggi di avere solamente due grandi potenze nel sistema. Molta della confusione e della errata valutazione deriva, secondo Waltz, dal fatto che molti tendono a considerare bipolare un sistema costituito da due blocchi formatisi in un mondo multipolare. Queste due ipotesi rispondono a dinamiche differenti, per cui occorre distinguere nettamente fra la formazione di due blocchi in un mondo multipolare e il bipolarismo strutturale, come quello che ha caratterizzato il confronto bipolare.

 

Quindi:

 

tre o più potenze –> flessibilità schieramenti –> rigidità e dipendenza strategica –> maggiore instabilità

 

due potenze –> rigidità di schieramenti –> flessibilità e indipendenza strategica –> maggiore stabilità

 

Delineato il nucleo del ragionamento di Waltz, si può provare ora ad individuare una tendenza del sistema internazionale alla luce della sua prospettiva strutturalista. Si può notare che fino al 1945 il sistema degli Stati-nazione è stato multipolare in prevalenza costituito da cinque o più potenze. L’ascesa di due sole Superpotenze ha determinato il primo cambiamento della struttura del sistema internazionale nella storia moderna. Gli interrogatovi si sono posti in seguito al collasso dell’Unione Sovietica ed alla fine del confronto bipolare. È evidente che il primo passo da effettuare sia quello di verificare se gli Stati Uniti siano rimasti l’unica Superpotenza al mondo e quindi se il sistema sia divenuto unipolare, e se oltre a ciò si sia verificato anche un cambiamento del principio ordinatore del sistema. Non vi è dubbio che al termine del confronto bipolare, gli Stati Uniti siano rimasti il Paese ad avere il maggior potenziale a livello internazionale, e l’unico con un raggio di azione pressoché globale. Tuttavia, il principio ordinatore è rimasto anarchico. Il sistema cioè non è diventato gerarchico, in quanto gli Stati sono rimasti funzionalmente uguali agli altri, non avendo raggiunto gli USA una condizione di centro di governo secondo uno schema “imperiale”. L’accertamento di un ruolo egemone da parte degli Stati Uniti avrebbe potuto essere un segnale di un mutamento di sistema in quest’ultima direzione. Inoltre, nessuna altra entità (comprese le Organizzazioni Internazionali) è assurta a governo mondiale. Dato che il sistema è rimasto anarchico, bisogna ora valutare la sostenibilità o meno dell’unipolarismo americano. In effetti, secondo Waltz, se il Sistema è rimasto anarchico gli altri Stati avvertiranno l’esigenza di bilanciare gli Stati Uniti, indipendentemente dalle sue intenzioni e dalle sue capacità. Gli altri Stati saranno indotti dalla asimmetria di potere presente nel sistema a rafforzare la propria posizione allo scopo di ricreare l’equilibrio. L’unipolarità degli Sati Uniti sarebbe, perciò, soltanto momentanea oltre che fragile. Una nuova distribuzione del potere potrebbe prendere forma, permettendo pian piano l’emersione di nuovi competitor; la loro ascesa condurrebbe alla creazione di un sistema multipolare. Waltz individua nella Cina un primo possibile valido competitor, avente le potenzialità per contrastare gli Stati Uniti. In effetti, il suo territorio, la sua vasta popolazione, la poderosa crescita economica, oltre alla crescente forza militare costituiscono dei fattori che possono concorrere alla sua affermazione sul piano internazionale. Non a caso una delle questioni attuali riguarda l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del gigante asiatico, atteggiamento che oscilla dal contenimento alla collaborazione. Oltre alla Cina, la vera rising power internazionale, ci sono altre potenziali Grandi potenze in ascesa. Ad esempio, la Russia, la quale si è liberata dell’eredità post-disgregazione per riconquistare il ruolo di potenza regionale; il suo nuovo attivismo è visibile in vari scenari, a partire dalla crisi in Ucraina al ruolo nella crisi Siriana. Inoltre, altri poli potrebbero emergere qualora dovesse rafforzarsi la tendenza alla regionalizzazione, laddove cioè più Paesi riescano ad unirsi attorno a un Paese leader. È il caso in primis dell’Unione Europea; quest’ultima potrebbe diventare un importante polo nel sistema internazionale; a tal fine, essa dovrebbe rafforzare la propria integrazione aggregandosi in una entità nuova, eventualmente con la Germania quale Paese guida. Con la Brexit, invece, il Regno Unito ha espresso il desiderio di sganciarsi dall’Unione Europea; probabilmente a seguito di questa scelta il Paese rimarrà una potenza regionale, preferendo mantenere tale condizione piuttosto che esporsi ad un legame sempre più stretto con l’Unione Europea. Oltre alle questioni relative all’immigrazione e ai vincoli comunitari, la popolazione britannica ha puntato presumibilmente a riacquistare una certa libertà di azione e a reimpostare su un piano più ampio le proprie relazioni estere, conservando allo stesso tempo per il Regno Unito il proprio ruolo di connettore tra USA e Unione Europea. Ma il fenomeno della regionalizzazione riguarda anche altre aree; è anche il caso dell’America Latina, in cui può emergere il Brasile come Paese leader, sebbene stia affrontando parecchie difficoltà interne, e del Sudafrica, che potrebbe favorire processi di aggregazione nella regione meridionale dell’Africa.

In ogni caso, stando all’impostazione strutturalista di Waltz, il sistema internazionale dopo il 1989 si è modificato in senso unipolare, ma si sta avviando rapidamente verso una nuova fase multipolare; ciò renderebbe il sistema meno stabile e pacifico. Resta, perciò, da osservare questa tendenza e capire come ridurre le rigidità del sistema in modo da prevenire eventuali errori di calcolo tra le future Grandi potenze.

 

 

 

Per approfondimenti:

Kenneth N. Waltz, Teoria della politica internazionale, Il Mulino, Bologna, 1987.

Franco Mazzei, La nuova mappa teoretica delle Relazioni Internazionali, L’Orientale Editrice, Napoli, 2001

[1] Naturalmente l’interdipendenza economica varia anche con le dimensioni, e non necessariamente con il numero, delle grandi potenze; vale a dire che più grande è il Paese, maggiore è la proporzione degli affari che si svolgono al suo interno.

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