Cosa si intende per area valutaria? Modello teorico di riferimento e confronto con l’UEM.

La creazione di una Unione economica e monetaria rappresenta l’ultima fase di un processo d’integrazione economica, che segue la creazione di un mercato unico caratterizzato dalla libera circolazione di merci e servizi e dei fattori della produzione, e prevede interventi di armonizzazione e unificazione delle politiche economiche dei Paesi che ne fanno parte. Generalmente, questo tipo di unione prevede anche l’introduzione di una moneta comune in sostituzione delle valute nazionali. Prende forma in tal modo un’area valutaria. L’integrazione europea ha raggiunto questo stadio nel gennaio 1999 con la creazione di una Unione Economica e Monetaria (UEM) dell’UE, come indicato negli accordi di Maastricht e Amsterdam, che prevedevano, inter alia, l’introduzione dell’Euro quale moneta unica europea. È sorto di conseguenza il problema di analizzare le modalità con cui questa nuova fase si è realizzata per individuarne la rispondenza o meno al modello relativo alla cosiddetta “area valutaria ottimale (AVO)”.

Quella delle aree valutarie ottimali è una ipotesi interpretativa derivante dai contributi di McKinnon, Mundell e Kenen, che consente di analizzare i costi e i benefici derivanti dall’adozione di una moneta comune. Essa si inquadra nel più ampio dibattito relativo ai vantaggi e svantaggi dei regimi di cambio fissi o flessibili. È noto, infatti, che l’adozione di una moneta unica comporta una serie di vantaggi e di svantaggi economici legati alla rinuncia dell’indipendenza monetaria e alla impossibilità di utilizzare lo strumento del tasso di cambio per intervenire in caso di squilibri gravi nel sistema. I paesi aderenti, pertanto, entrano a far parte di un sistema a cambi fissi in cui è oltretutto preclusa la possibilità di effettuare riallineamenti delle parità centrali rispetto al tasso di riferimento.

Tra i vantaggi:

Per quanto riguarda i vantaggi, questi sono riconducibili alla nozione di “guadagno di efficienza monetaria”. Quest’ultima comprende l’eliminazione dei costi di transazione, specialmente quelli legati agli interventi ufficiali sul mercato dei cambi e quelli legati alla conversione tra valute; l’eliminazione dell’incertezza in termini di fluttuazioni dei tassi di cambio; la tendenza alla stabilità dei prezzi (effetto disciplinante per i Paesi con alti tassi di crescita dell’inflazione); la maggiore specializzazione produttiva e l’aumento dei flussi commerciali e d’investimento nell’area integrata, legati anche alla possibilità di raggiungere economie di scala derivante dall’ampliamento del mercato.

Tuttavia vi sono dei costi:

I costi, invece, derivano come accennato dalla perdita della gestione del tasso di cambio ai fini della stabilizzazione dell’economia, nel senso di agire in modo autonomo sui livelli di produzione e occupazione in caso di shock esterni. quale può essere ad esempio un calo della domanda aggregata; si parla a tal proposito di “perdita di stabilità economica”.

Da cosa dipendono:

I benefici e i costi appena menzionati, e la loro incidenza su un sistema di economie integrate, dipendono da un insieme di condizioni rapportabili al livello e alla qualità dell’integrazione. In primo luogo, si può affermare che l’aumento dei benefici è direttamente proporzionale al grado di apertura commerciale (GAC) dei Paesi coinvolti e quindi all’intensità dell’interscambio. Ciò avviene in quanto al crescere degli scambi salgono i costi di transazione e aumentano quindi i potenziali benefici derivanti dalla riduzione di questi ultimi. Un discorso analogo si applica alla riduzione dei costi dovuti all’attenuazione dell’incertezza nel momento in cui vi sono intensi movimenti di capitali nell’area integrata. Altra condizione che influenza l’analisi costi/benefici è data della mobilità dei fattori produttivi; nell’impossibilità di utilizzare il tasso di cambio per assorbire gli shock esterni, una elevata mobilità dei fattori della produzione, ed in particolare del fattore lavoro, può permettere alle economie di intervenire in maniera strutturale per aggiustare gli squilibri che si verificano tra le varie economie interessate. Discorso simile deriva dalla presenza di una elevata flessibilità dei salari e dei prezzi nelle diverse economie, in quanto la modificazione di questi ultimi, a seguito della modifica delle condizioni macroeconomiche, può comportare un miglioramento della competitività attraverso l’abbassamento dei costi di produzione.

Altro fattore da considerare è la presenza o meno di una certa omogeneità nelle strutture economico-produttive all’interno dell’area; Paesi con strutture produttive simili, caratterizzate da una certa diversificazione della produzione e da un forte commercio intra-industriale, renderebbero gli shock esterni più facilmente assorbibili. In questo caso, inoltre, sarebbe anche possibile un intervento di politica monetaria che risulti favorevole a tutti gli Stati partner. Questo aspetto si lega ad un altro elemento, vale a dire la probabilità che si verifichino o meno shock asimmetrici, ossia improvvisi cambiamenti nella domanda o nell’offerta aggregata che producono effetti diversi nelle varie economie che partecipano all’integrazione. L’importanza di questo elemento discende dal fatto che la presenza di shock asimmetrici rende più costosa la rinuncia allo strumento del tasso di cambio, in quanto il mantenimento del tasso ad un valore stabilito, in assenza di correttivi strutturali come appunto la mobilità dei fattori produttivi, danneggia inevitabilmente alcuni paesi a danno di altri, finendo per aggravare le divergenze strutturali e rendendo insostenibile la stessa unione monetaria. Un cenno a riguardo va fatto alle diverse visioni che si sono sviluppate sull’argomento; l’approccio ortodosso, adottato anche dalla Commissione Europea, prevede che l’aumento dell’integrazione economica conduca ad una convergenza dei sistemi economici e quindi alla riduzione della probabilità di shock asimmetrici; questi ultimi, inoltre, sempre nell’ottica della Commissione UE, non sarebbero stati in ogni caso superabili tramite le manovre sui tassi, dato che la loro efficacia sarebbe stata annullata qualora il Paese si fosse trovato in una situazione di crescente integrazione economica. Al contrario, l’approccio più neokeynesiano, esposto ad esempio da Paul Krugman attraverso il modello della new economic geography (NEG), ammette che l’intensificazione degli scambi possa comportare una divergenza in termini di strutture economiche e perciò aumentare il rischio di effetti asimmetrici.

Un ultimo fattore da prendere in considerazione è dato dalla disponibilità dei Paesi membri di coordinare tra loro le proprie politiche economiche, in maniera da riequilibrare gli effetti di eventuali shock esterni, stabilendo, ad esempio, dei meccanismi di redistribuzione o anche adottando politiche finalizzate al sostegno delle economie in difficoltà.

Confronto con UEM:

Nel momento in cui si pone il modello teorico delle aree valutarie ottimali in relazione alle caratteristiche dell’attuale Unione economica e monetarie (UEM) europea si osserva come quest’ultima corrisponda solo in parte ai caratteri da questo delineati. Si ritiene, infatti, che i Paesi dell’eurozona abbiano raggiunto un elevato grado di apertura commerciale e intensificato il commercio intra-area; in più, essi hanno conseguito una notevole liberalizzazione relativo al mercato dei capitali e sono stati compiuti progressi in relazione all’avvicinamento sul piano normativo. Tuttavia, vi sono altri elementi che inducono a non ritenere l’UEM un’area ottimale. Innanzitutto, non si è raggiunta una soddisfacente mobilità del fattore lavoro, elemento cruciale per l’attenuazione per via strutturale degli shock esterni, e di conseguenza permane una certa rigidità in termini di differenziali dei salari. Rimangono, inoltre, delle resistenze per quanto riguarda la flessibilità dei livelli dei prezzi, fattore che rallenta i processi di aggiustamento. Soprattutto, si è mantenuta una certa eterogeneità delle strutture produttive, considerazione che ha avvalorato l’ipotesi degli economisti che prevedevano un’accentuazione delle divergenze strutturali a seguito dei processi di agglomerazione e localizzazione all’interno dell’area. In effetti, l’accresciuta specializzazione produttiva ha in qualche modo contribuito a questi processi di agglomerazione, aumentando la possibilità di avere effetti asimmetrici. Non si è verificata, per ora, quindi, l’ipotesi espressa dalla Commissione Europea, secondo la quale l’integrazione avrebbe comportato una convergenza delle strutture produttive, riducendo il pericolo di shock asimmetrici.

UEM e crisi del debito.

Sulla base di quanto detto finora è possibile valutare l’impatto della crisi dei debiti sovrani in Europa in relazione alle deficienze dell’UEM in termini di area valutaria ottima. La crisi finanziaria internazionale, e la conseguente crisi del debito che ha colpito alcuni Paesi europei, ha costituito uno shock esterno che ha prodotto effetti asimmetrici all’interno dell’Euro-sistema. Alcuni Stati sono stati costretti, di fronte all’indebitamento, ad effettuare drastiche riduzioni di spesa pubblica e ad innalzare il livello di tassazione, generando in tal modo un calo della domanda aggregata e quindi effetti recessivi. Ciò, tuttavia, non si è verificato in modo simmetrico. Altri Paesi si sono mostrati più solidi, sperimentando tassi di crescita dell’economia positivi e migliorando le proprie capacità di esportazione. Tutto ciò ha accentuato l’eterogeneità interna all’area euro tra i diversi sistemi produttivi, facendo emergere con più chiarezza l’esistenza di un nucleo forte, costituito dai Paesi dell’Europa centrale (Germania in primis), e un’area periferica, comprendente i Paesi maggiormente colpiti dalla crisi debitoria e che, seppur con i dovuti distinguo, si sono ritrovati con economie fragili e in recessione. Va aggiunto a ciò che la cessione da parte degli Stati appartenenti alla zona euro della sovranità monetaria a fronte del mantenimento di una politica fiscale autonoma ha costituito un ulteriore elemento di criticità; infatti, ciò ha fatto in modo che ogni Paese avesse un proprio rischio sovrano senza però avere gli strumenti per farvi fronte, dato che il tasso di cambio non poteva essere utilizzato, la mobilità del fattore lavoro rimaneva limitata e non vi è stato un coordinamento di politiche economiche in grado di ripartire gli oneri del riequilibrio e sostenere i Paesi più esposti agli effetti dello shock.

Riflessione conclusiva:

Alla luce di quanto detto si può sostenere che la crisi finanziaria ha costituito un vero banco di prova per l’unione monetaria europea. Quest’ultima, nel momento in cui è stata colpita dalla crisi, non era inquadrabile come un’area valutaria ottima, mancando in essa alcuni criteri previsti dal modello teorico, apparendo quindi un’unione monetaria piuttosto incompleta. La crisi, nel dispiegare i suoi effetti, ha messo in evidenza le crepe di questa integrazione monetaria e le ha aggravate, accentuando le divergenze in termini di sistemi produttivi e il carattere asimmetrico degli shock. Ciò ha indotto a un ripensamento dell’attuale assetto monetario europeo, specialmente nel momento in cui si prefigura la messa in discussione dello stesso progetto di integrazione europea. Per molti una possibile riforma dovrebbe puntare al rilancio dell’integrazione, cercando di introdurre nell’UEM quegli elementi che ne hanno impedito la sua configurazione come area ottimale, in primo luogo il coordinamento delle politiche economiche e la costituzione di una unione fiscale.

 

Traiettorie per ulteriori riflessioni:

Attuale configurazione dell’Unione monetaria avvantaggia i Paesi centrale dell’Europa, penalizzando quelli periferici.

Ulteriore spinta al processo di integrazione per attenuare le differenze e avvicinarsi al modello teorico relativo alle aree valutarie.

Crisi economica dell’Eurozona e misure per il suo superamento. L’ulteriore integrazione come passo decisivo per la ripresa.

L’ulteriore integrazione deve superare i nuovi nazionalismi, divenuti più forti proprio in seguito all’estendersi della crisi economica.

 

Per approfondimenti si consiglia un testo da cui sono state prese alcune nozioni contenute nell’articolo:

Le politiche economiche dell’Unione Europea, Triulzi Umberto, 2010, Mondadori Università.

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